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10 agosto 2009

Paesi baschi - parte seconda

Venerdì 24 luglio 2009

Al mattino Lorenzo fa una ricca colazione all’hotel con noi, poi le nostre strade si dividono: lui punta ad una vetta insieme ad Indi e noi pianifichiamo con la signorina Tom Tom una tappa per i Paesi baschi senza autostrada. Lei ci prende in parola e trova tutte le scorciatoie tra i monti dell’Aragona. Notevole la strada che ci porta sull’altopiano di Laguarta dove un branco di pecore ci attraversa lentamente la strada. Sembra strano viaggiare senza Indi.


Dall’Aragona alla Navarra: finite le strade minori si prosegue per Jaca e superstrada per Pamplona, passando per l’Envalse de Yesa, un grande lago artificiale assolutamente sprovvisto di posti di ristoro. Infine siamo nel Pais Vasco, anzi in Euskadi o Euskal Herria. I Paesi Baschi comprendono tre province: quella di San Sebastian (Donostia) che si chiama Gipuzkoa, quella di Bilbao (Bilbo) che si chiama Bizkaia e quella di Vittoria che si chiama Araba. Dobbiamo familiarizzare con i cartelli bilingue, anche se quelli in basco non aiutano molto il viaggiatore.

Mini lezione di basco:

Ongi etorri = benvenuti

Erdia = centro

Kalea = via, strada

Komuna = toilette

Kontuz! = attenzione!

Nekazal = agriturismo o casa rural

Pintxos = tapas, stuzzichini (famosissimi!)

Txacoli = vino bianco leggero

La strada lambisce S.Sebastian e ci porta verso Bilbao. Noi usciremo a Lezama dove abbiamo prenotato la Casa Rural Matsa. (Per chi è interessato abbiamo l’elenco delle CR, case rural della zona, graziose e convenienti). Lezama però è piuttosto anonima: uno stradone (Aretxalde) con case e semafori (ma quanti semafori ci sono in Spagna, persino sulle rotonde!). La presenza minacciosa di un cementificio ci allarma facendoci dubitare della saggezza della nostra scelta; la casa Matsa dovrebbe essere qui, ma la signorina non la conosce. Chiediamo a un locale (nessuno sembra parlare basco) che ci indica una strada bianca in salita: siamo felici di allontanarci dal Park tecnologico. Non facciamo molta strada, ma la casa Matsa è immersa nel verde e veramente incantevole! I gestori sono gentilissimi e ci capiamo benissimo con uno spagnolo-italiano (nel senso che loro non conoscono l’italiano, noi non conosciamo lo spagnolo, ma l’intesa è pressoché perfetta). Ci hanno assegnato una camera con ampio balcone e vista sul prato-giardino curatissimo. Abbiamo anche un soppalco in legno, anche se non praticabile. Come dice la guida Lonely, un due stelle in casa rural è superiore ad un hotel pari grado.


La camera costa 62,72 a notte, il desayuno 5,33 per uno, il parcheggio e internet sono gratuiti.

Qui passeremo 5 notti, quindi traslochiamo le nostre cose dalla valigia all’armadio e ci riposiamo. Una telefonata di Lorenzo ci comunica che lui e Indi hanno raggiunto i 3000 m, ma che Indi, che lo seguirebbe ovunque, è stata veramente provata dalla pietrosa e assolata strada del ritorno; il locale veterinario, interpellato telefonicamente, parla di un colpo di sole e ordina fresco e riposo per il povero cane. Mille raccomandazioni a Lorenzo, ma ci sembra convinto: il ragazzo concluderà le sue vacanze in un agriturismo con piscina dove lo raggiungerà Francesca (in fondo non ci sembra un gran sacrificio).

Su consiglio della giovane proprietaria del Matsa andiamo a cenare al Lejarrene Jatetxea, ristorante dal nome impronunciabile le cui cucine non aprono prima delle 9 di sera. Nonostante l’attesa (a Lezama non si sa proprio come passare il tempo e noi siamo digiuni dal mattino perché in viaggio non mangiamo) e la mancanza di menu scritto, la cena è superba. Io ho ordinato quasi a caso e mi sono vista arrivare dei gustosissimi astici, Paolo dichiara di aver mangiato il baccalà con la salsa più buona al mondo, come vino della casa arriva il Txacoli, fresco e leggero. Concludiamo con un insuperabile flan con nata (crème caramel con panna). Il tutto per 57 euro.

Sabato 25 luglio 2009

Il programma è andare al Museo Guggenheim di Bilbao. Dopo il deayuno (sumo di arancia, cornetto gigante, caffèllatte, pane tostato, burro e marmellata), ci arriviamo in 15 minuti. Il museo è ben visibile sul fiume di Bilbao e, poiché le 9 del mattino in Spagna sono come l’alba, possiamo parcheggiamo facilmente in centro. Mentre traffichiamo con la colonnina del parcometro (ma come si chiama?), un passante ci annuncia che sabato e domenica è fiesta e non si paga. Le pareti curve lucide del Guggenheim, un po’ pesce e un po’ nave, spuntano tra i palazzi e ci indicano la giusta direzione: all’ingresso del museo (che non apre fino alle 10) ci accoglie Puppy, gigantesco cane ricoperto di fiori freschi meravigliosamente mantenuti (ma come fanno?).


Naturalmente si esauriscono le pile della macchina fotografica dopo i primi scatti. Rimandiamo il problema, tanto nel museo non si può fotografare. L’atrio centrale è luminoso e altissimo, tutte le gallerie gravitano intorno a questo unico ambiente: l’installazione attuale nell’atrio rappresenta una esplosione su una auto, tipo ford, in pratica sono una serie di auto tutte uguali con filamenti luminosi che volano ad altezze diverse. Al piano terra c’è la grande sala chiamata La materia del tempo di Richard Serra che ospita strutture enormi fatte di superfici sferiche, ellittiche e toroidi in cui è possibile entrare, mentre i suoni producono echi rimbombanti. Lo Snake è una struttura aperta che occupa in lunghezza quasi tutta la sala. Anche se l’audio guida è prodiga di spiegazioni, rinuncio a capire e provo a percorrere tutti i labirinti. Con il residuo delle pile faccio anche una foto proibita. Eccola!

Nei musei si cammina quasi come in montagna: è difficile enumerare e spiegare cosa c’è nelle varie gallerie: le scritte digitali rosse in varie lingue che salgono verso l’alto e che dall’altra parte scendono blu in lingua basca, la carica di lupi imbalsamati che volano a schiantarsi contro una parete invisibile, il gigantesco relitto che giace su un mare di piattini di porcellana rotti (Cai Guo-Qiang Reflexion- A Gift from Iwaki 2004), i giochi dello stesso artista con le espolsioni programmate e i fuochi d’artificio, la composizione dei sacchetti degli workshop dei musei famosi (mi piace!), le statue a grandezza naturale che si corrodono, lasciando vedere i segni del tempo, naturalmente la grandiosa collezione privata dei Guggenheim con quadri famosi di Picasso, Modigliani, Chagall, Rousseau …

Il giro del museo dall’esterno, dopo aver rinnovato le pile della macchina fotografica, ci mostra le curve del museo, lucenti come scaglie di pesce, da mille angolazioni, il ponte sul fiume che si fonde con tutta la struttura, la gigantesca Maman di Louise Bourgeois che doveva avere un ben strano rapporto con la mamma dato che la scultura è un ragno che sembra uscire da un film di fantascienza per accogliere a suo modo i visitatori.


Alla fine della visita ci accorgiamo che sono passate circa otto ore. Torniamo a casa a godere un po’ di meritato riposo, ma torniamo a Bilbao la sera a mangiare un po’ di pintxos nella parte vecchia della città. E’ facile: basta scegliere il bar giusto, prendere un piatto, riempirlo con i pintxos, ordinare due birre, pagare e guadagnare un posto in un tavolino libero in piazza. Il posto migliore è il caffè Bilbao a Plaça Nueva (non provate a farvela indicare dalla signorina Tom Tom perché è in zona pedonale, ma potete lasciare l’auto nel vicino parcheggio sotterraneo Arenal).


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8 agosto 2009

Paesi baschi - parte prima

Martedi 21 luglio 2009

La signorina Chiara Tom Tom (che alla frontiera con la Francia si trasforma in Claire) ci ha portato direttamente da Bellamonte al parcheggio del Newhotel Arles Camargue, 45 Avenue Sadi Carnot ad Arles. Siamo partiti alle 8 del mattino e ora sono le 6 del pomeriggio passate. Brutto, caldo e trafficato di Tir il tratto Brescia – Piacenza (anche perché mi sono accorta di aver dimenticato a casa dei comodi sandali-ciabatte aperti), più gradevole l’autostrada dei trafori fino a Genova e quella dei fiori fino a Ventimiglia. In Francia c’è ancora lo stillicidio dei pedaggi, ma ora c’è la possibilità di pagare con la carta accanto al tradizionale tiro al canestro con le monetine contate.

L’hotel è in posizione strategica, parcheggio privato gratuito, il centro raggiungibile a piedi in pochi minuti. Costa 99,84 compresa la prima colazione e la tassa di soggiorno. Niente è dovuto per il cane. Solo il comodino sembra una lapide in pietra, ma tutto l'hotel ha questa impronta artistica. Andiamo a cenare in una brasserie all’aperto proprio davanti all’anfiteatro.

Mercoledì 22 luglio 2009

Ci attende la tappa Arles-Barcellona, ma dobbiamo tirare tardi perché Lorenzo esce dal lavoro alle 6 di sera. Scartata l’idea di un ulteriore giro per Arles, decidiamo di visitare Saintes Maries de la mer nella Camargue che più Camargue non si può. Paludi, cavalli e buoi. Il paese, piccolo, grazioso, turistico e ventoso, è sulla costa sabbiosa ed è famoso per la leggenda delle Marie (tra cui Maria Maddalena forse incinta) approdate qui. Cattolici e provenzali associano alle Marie anche Sara, protettrice dei rom celebrata tutti gli anni qui il 24 di maggio.

Si passeggia gradevolmente tra l’Eglise des Saintes Maries e le bancarelle colorate e proprio non posso fare a meno di comprare l’ennesimo cestino e anche una tovaglia per mamma.

Proseguiamo per Aigues Mortes, ma il traffico di auto ferme in fila ci fa presto cambiare idea. Quando ci avviciniamo alla frontiera con la Spagna il vento fresco si trasforma rapidamente in vento caldissimo e nulla possono i pur ombreggiati parcheggi che la Francia offre ai viaggiatori: il posto più confortevole è la macchina con l’aria condizionata.

Siamo in Spagna, Claire è diventata Clarita e la temperatura è sempre minacciosamente sopra i 30°. Siamo in anticipo e non sappiamo come perdere tempo: l’idea di una rimpatriata a Port de la Selva, sulla Costa Brava viene abbandonata subito e i parcheggi spagnoli sono decisamente meno confortevoli di quelli francesi (i migliori erano vicino Barcellona, ma lo scopriamo troppo tardi). Non ci vuole molto a raggiungere Barcellona, noi poi dobbiamo uscire prima a Saint Cugat del Vallès e qui ci pensa la signorina Clarita a farci perdere tempo con indicazioni ambigue, ma chissà con quale risoluzione il satellite sulle nostre teste vede il tormentoso intreccio di superstrade e cavalcavia! Comunque, dopo un po’ di giri a vuoto (andate a destra alla rotonda, prima uscita, tenete la sinistra, prendete l’autostrada, uscita più avanti …) siamo al Poligono industriale di Saint Cugat , Avenida Alcalde Barnils 64 (ma Clarita conosce solo il numero 70) e mancano solo 15 minuti alle 6. Quando Lorenzo scende giù, Indi non crede ai suoi occhi. Siamo felici di affidare la guida a Lorenzo che ci porta per strade segrete a casa sua, in Calle de la Marquesa de Montbui 19 intorno alla quale ho navigato virtualmente con le mappe di Google.

Sapevo già che la porta di ingresso sembrava quella di un magazzino in disuso, ma l’interno è gradevole: parquet, un divano, un tavolino, un mobile da cucina multiuso, una libreria con la tv al plasma regalo di compleanno, la sua cassapanca Ikea, un bagno e un disimpegno per la lavatrice. Una scaletta ripida porta al soppalco dove c’è il letto e uno sgabuzzino.

Non è male, ma io ho una crisi di stanchezza e di caldo che non passa nemmeno dopo una doccia, un minicrollo psicologico di quelli che odio avere. L’unica è mangiare qualcosa e andare a dormire.

Giovedì 23 luglio 2009

Al mattino la vita sorride. Si parte insieme a Lorenzo per i Pirenei verso il Parc National d’Aigüestortes (da non confondere con la francese Aigues mortes). Purtroppo si parte con due macchine (Lorenzo ha l’ex Doblò di Pigi, ormai convertito in un pulmino attrezzato) perché noi proseguiremo per i Paesi baschi e Lorenzo con Indi rimarrano sui Pirenei.

Tappa gradevole al Bar della Piramide sull’azzurro Enbalse di Sant Antoni (dopo Tremp)

Al Parco si accede da Taüll, paese suggestivo con chiesetta romanica. La nostra stanza è al El Rantiner (72 euro, prima colazione compresa)

Appena il tempo di ammirare la camera e Lorenzo il negriero ci porta in passeggiata su per i boschi verso un lago visto solo sulle carte. Come altre volte, sottovalutiamo il tragitto e portiamo pochissima acqua, così il lago rimane sulla carta. Sul sentiero che torna incontriamo un’altra coppia senza acqua, non siamo i soli distratti al mondo!

La cosa però ci fa apprezzare di più la sosta al bar del Mallador con tavoli in pietra con due birre gelate e un sumo di melocotòn (succo di pesca). Allo stesso bar ceniamo la sera con un delizioso fresco che sul tardi diventa un ancora più delizioso freddo.

Lorenzo pernotta con Indi nel doblò attrezzato (mamma, l’ho fatto un sacco di volte!) in un ancor più attrezzato parcheggio per camper con bagni e acqua fresca


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21 febbraio 2009

Barcellona - giorno 4


Appena alzati c’è la spiacevole notizia (anticipata dai lai che provengono dai nostri vicini di stanza di cui percepiamo anche i sussurri) che gli scarichi dei bagni sono intasati. Segnaliamo l’inconveniente alla reception, ma, dopo un tentativo infruttuoso, siamo invitati a cambiare camera, dalla 328 alla 338 … ci guadagniamo in scarichi funzionanti e dimensione dell’ambiente ma perdiamo non solo il balconcino sulla piazza, ma addirittura la finestra sostituita da una triste apertura che dà su una rampa interna di scale. Protesto, ma mi si dice che l’hotel è pieno. Tocca scegliere tra lo scarico e la finestra e, malgrado la mia nota claustrofobia, la scelta è obbligata. Annoto mentalmente zero babà per il Condestable.

Raggiungiamo Lorenzo a Terrassa con il metrò e andiamo con la sua macchina su fino al Tibidabo. Il nome (Haec omnia tibi dabo, si adorabis me) deriva dalla vista spettacolare su Barcellona, ma oggi c’è foschia e anche il mare sembra grigio: non sembra valer la pena venire a patti con il diavolo. La chiesa, eretta come espiazione della Settimana Tragica (1909, insurrezione popolare violentissima per non partire per la guerra in Marocco), è abbastanza brutta e fa tutt’uno con il parco giochi circostante.


Lorenzo ci porta in passeggiata intorno alla collina dove incontriamo giovani volontari che portano a correre i cani ospiti di un canile qui vicino. Ci manca molto Indi.


Poi l’appuntamento è a Can Cortes, trattoria di campagna dove Lorenzo ha prenotato una calzottada. Infatti questa è l’epoca dei calzotte, tipi di porri che Marta Giralt ci aveva già fatto assaggiare all’epoca del primo progetto Comenius. Per Lorenzo invece è la prima volta.


E’ una delle poche cose tipiche catalane, forse l’unica, in cui abbiamo più esperienza di lui.

Mangiamo bene, forse un po’ abbondante per noi frugali.


Il pomeriggio torniamo a Barcellona al Museo della Storia Catalana, un posto abbastanza divertente dove, come i bambini, facciamo le foto sul cavallo medioevale e con le armature da indossare. Tanto è Carnevale. Quando ormai è tardi ci accorgiamo che la parte più interessante è quella più vicina ai giorni nostri, al piano superiore.



Ma ormai siamo stanchi, fallisce pure l’ipotesi di un film in italiano e per stasera salutiamo Lorenzo. Noi ceneremo con un cappuccino all’angolo di piazza Università, prima di concludere la giornata nella nostra stanza cripta 338


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20 febbraio 2009

Barcellona - giorno 3

Mi addormento malgrado le pareti di carta che fanno sentire i respiri dei vicini. Si fa colazione di buon mattino e ci apprestiamo a raggiungere il vicino Passeig de Gratia, la zona elegante di Barcellona. Il cielo, all’inizio grigio, si rasserena: questa volta vogliamo visitare l’interno di una delle celebri case di Gaudì. Arriviamo davanti alla celebre Manzana della Discordia (gioco di parole traducibile solo in castigliano -e non in catalano- dove manzana ha il doppio significato di mela e isolato). Per visitare Casa Batlò ci vogliono ben 16,50 euro, ma Lorenzo ha suggerito il trucco opportuno: si deve salire su nei vicini magazzini Cerveice Estatiò e guardare l’interno della Batlò dalle finestre delle scale che portano ai piani superiori. Detto fatto, non è proprio come stare dentro la casa, ma vediamo i cortili interni con le celebri piastrelle azzurre, lilla e verdi.

Poi approfittiamo dei magazzini per comprare i cestini per la raccolta differenziata e un “Bock and Roll” da regalare ad Anna. I barcellonesi amano i giochi di parole e la commistione di linguaggi: il bock and roll è una tovaglietta per avvolgere il panino (boccadillo) quando si va in gita.

Due isolati e siamo ancora una volta davanti alla ondosa Pedrera, cioè Casa Milà, per me il simbolo di Barcellona, insieme alla Sagrada Familia. Questa volta sono decisa a entrare e soprattutto a raggiungere la fantascientifica terrazza abitata da enormi mostri-comignoli.

Sono 9 euro con audio guida. Già entrare nell’atrio è emozionante. Stupidamente saliamo a piedi, ma dalle scale non si vede assolutamente nulla. Al sesto piano c’è il piso aperto al pubblico: l’appartamento è luminoso e ha un’aria straordinariamente moderna rispetto alla sua epoca (1912). Non ci sono muri portanti e le stanze sono raccordate da porte scorrevoli, così che si passa da un ambiente all’altro quasi senza soluzione di continuità. Dall’ingresso, con spogliatoio annesso, si passa al soggiorno e allo studio che hanno un arredamento vecchiotto ma piacevole: dalle tendine si intravvedono gli elaborati balconi in ferro battuto, nella stanza dei bambini c’è la casa delle bambole e giocattoli d’altri tempi, la cucina con annesso tinello è estremamente accogliente. Socchiudo gli occhi e immagino di abitare qui.

Qualche fortunato comunque c’è perché gli altri appartamenti del palazzo sono regolarmente abitati.

Lo spazio sotto il tetto è l’Espai Gaudì che è tutto un susseguirsi di catenarie ribaltate.


La catenaria è la curva naturale su cui si dispone una catena appesa agli estremi e sottoposta solo alla forza di gravità: Gaudì ne preparava in grandi quantità di varia lunghezza e spessore, vi appendeva dei carichi in vari punti, le fotografava, ribaltava la fotografia e voilà, ecco le cappelle gotiche e la struttura della Sagrada Familia.

 

Un altro aspetto affascinante illustrato nello Spazio Gaudì sono le forme naturali (intrico di rami, conchiglie, scheletri di pitoni, gusci di tartarughe, pigne, pannocchie, alveari ..) che si ritrovano palesi e nascoste nei particolari architettonici.

E poi maniglie assurde che si adattano magicamente alle mani, sedie che seguono le curve delle persone sedute di qualsiasi taglia siano.

Infine .. la magica Terrazza da percorrere in lungo e in largo tra i Guerrieri di Guerre Stellari, con vista spettacolare su tutta la città e vista invidiosa sui palazzi vicini. Invidiamo persino il cane che dorme beato sul terrazzo confinante, ignaro della sua posizione prestigiosa.

Nella Tienda al piano terra compro solo un segnalibro e un magnetino da frigo perché la Raynair non ci fa superare di un etto il limite del peso delle valigie.

Avviso per i naviganti: NON fermatevi alla Bagueteria Catalana sotto la Pedrera dove ti solano 8 euro per una birra. Molto più gentili al Caffè di Francesco poco più in là.

Il metrò ci porta rapidamente alla Sagrada, già vista millanta volte, ma è solo per tenerci aggiornati su come procedono i lavori all’interno. Alle due facciate della Natività e della Passione si dovrebbe aggiungere la facciata della Gloria più un numero imprecisato di altre torri, fra cui quella enorme dedicata a Cristo con croce a tesseract. Si parla del 2020 come termine dei lavori.

Piccola fitta al cuore perché Lorenzo non abita più qui, visita al Museo della Sagrada e si torna a casa arricchiti di un altro magnetino, il quadrato magico replica di quello che c’è sulla facciata della Passione.


La sera abbiamo un invito a cena a casa di Lorenzo all’Hospitalet. Dimora provvisoria perché il ragazzo ha già fermato un piso dall’altra parte della città, nel quartiere Guinardò. (Non lo vedremo mai malgrado la mia curiosità).

Ci prepara delle pennette con sugo di zucchine, pomodorini, salsiccia e crema di tartufo, avanzo del nostro regalo di Natale. Sono ottimi.

A casa con la metrò rossa.




19 febbraio 2009

Barcellona - giorno 2


Si dorme sereni come quando si è stanchi. Al mattino solito litigio di inizio vacanza con promessa di prossima separazione. Poi però sono assorbita dalla preparazione meticolosa della giornata che dobbiamo organizzarci da soli perché Lorenzo è al lavoro (noi invece stiamo godendo di un insperato ponte di Carnevale). L’accordo di massima era di andare al Museu d’Història de la Ciutat ma devo localizzare esattamente il posto e il percorso con le mappe della fedele Lonely Planet.

Siamo a Piazza Università da cui passano tre grandi arterie: la Gran Via, la Ronda de la Universitat e il Carrier de Pelai che dobbiamo percorrere per raggiungere l’inizio della Rambla.

Sulla ormai familiare Rambla mi sento come fossi a casa mia: si cammina leggeri su questa strada che vibra sulla mia lunghezza d’onda e le cose tornano tutte al loro posto. Ricordo una magica eclisse di Luna vista dalla Rambla qualche tempo fa.

Giriamo a sinistra verso la Cattedrale Gotica che è come sempre in riparazione e ci addentriamo nei vicoli medioevali alla ricerca del Museo. Seguo la mappa come per una caccia al tesoro: nemmeno il Navigator mi dà questa soddisfazione.


Il Museo è a Placa del rei e la cosa più interessante è il percorso sotterraneo alla scoperta della Barcino romana: l’ascensore non segnala i piani ma gli anni che vanno a ritroso come in una macchina del tempo.

L’insediamento antico occupava la zona sottostante l’attuale Barrio Gotico, aveva naturalmente un cardo e un decumano che si incrociavano nel forum sotto l’odierna Placa de Sant Jaume.

Dopo una tapa di fronte alla Cattedrale cerchiamo di percorrere l’antico decumano passando per Placa Saint Miguel e Placa Reial fino a riguadagnare la parte finale della Rambla (Rambla di Santa Monica) e il monumento a Colon in vista del mare.

Il mare a Barcellona si vede sempre attraverso il porto, le spiagge sono più su a Barceloneta.

Un po’ di conciliabolo e si opta per la Cattedrale di Santa Maria del Mar che ci incuriosisce da quando abbiamo letto La Cattedrale del Mar


Il quartiere Ribera (ma Lorenzo ci dirà che viene chiamato Born) è molto vivo e forse è un po’ meno turistico del Barrio Gotico. Purtroppo la Cattedrale è inesorabilmente chiusa (e la guida parlava dell’abside più bello di Barcellona!) e possiamo solo immortalare i portatori di pietre raccontati nel romanzo e raffigurati sul portone.


L’idea di tornare con il metro viene abbandonata quando ci accorgiamo che il Born, a cui siamo arrivati con un lungo giro per il mare, è praticamente attaccato al Barrio Gotico da cui è diviso solo dalla Via Laietana. Qui vicino c’è anche il Museo Picasso che avevamo visitato l’ultima volta a Barcellona.

Così ripercorriamo a ritroso la strada per l’Hotel con qualche sosta su provvidenziali panchine (dove ho letto che la civiltà di un popolo si misura dal numero di panchine che esso offre allo stanco viaggiatore?)

In serata abbiamo appuntamento con Lorenzo e si torna di nuovo nella zona mare, sotto le due torri che si vedono sempre nei panorami: l’obiettivo è un bar con maxischermo dove seguire Fiorentina-Aiax trasmessa da una rete romena! La Fiorentina perde, ma la cena (per me carne alla brace) è ottima!




18 febbraio 2009

Barcellona - giorno1

Dal finestrino del treno che ci porta a Bologna vedo le cime innevate degli Appennini contro il cielo blu. Se non fosse per le dimissioni di Veltroni avrei l’animo leggero che si sente all’inizio di un viaggio. Si vive di entusiasmo e di speranza e oggi la giornata è un po’ appannata malgrado il sole che sembra promettere bel tempo.

Ho letto un’altra tappa di Nessuno lo saprà di Brizzi, poi mi è venuto sonno.

Il mondo è proprio piccolissimo perché a Bologna incontriamo Viviana Agostinelli: anche lei va a Barcellona, a trovare una figlia.

Mi piacevano i viaggi in aereo: la cerimonia del check in, l’abbandono della valigia, il passaggio sotto le forche caudine del metal detector e l’attesa un po’ annoiata al gate, tra pigre passeggiate tra i negozi di borse e caffè. Invece oggi è tutto uno stress: le info sono nascoste e al check in della Raynair ci dicono che la valigia supera di qualche etto i 15 kg consentiti, quindi bisogna aprirla (uffa, era stata chiusa con 1000 sforzi) e portarsi a mano qualcosa. Sono contrariata perché ora ho lo zainetto con della roba presa a caso che devo agglutinare con la mia borsa per fare un unico collo. Intanto già imbarcano e non posso fare i consueti giri tra i negozi, né prendere un cappuccino. In fila per il boarding ho modo di osservare che i bagagli degli altri passeggeri non sono agglutinati: pare abbiano fatto il check and go. Prendo nota per la prossima volta, insieme al proposito di eliminare la valigia che pesa troppo anche vuota.

In aereo non ci sono i posti numerati e le cappelliere sono già tutte strapiene: saranno i voli low cost, sarà la crisi, ma oggi il viaggio in aereo vale 0 babà.

Il volo atterra a Girona e dobbiamo prendere ancora il bus per Barcellona, destinazione Stazione Nord dove ci aspetta Lorenzo.

Dopo circa un’ora, infatti, eccolo là il nostro ragazzo, sempre più alto e magro, la ragione del nostro viaggio. Due fermate della linea rossa per approdare a Placa Universitat davanti all’Hotel Condestable

Alla Reception una ragazza italiana sta chiedendo di unire i due letti gemelli perché deve arrivare il suo fidanzato: parla come mia sorella quando imita Sabina Guzzanti che imita Valeria Marini.

Finalmente ci danno la chiave 328 (tres, dos, ocho) di una stanza con un bellissimo balconcino sulla piazza.


Lorenzo ci porta a cena all’Imprevist, ristorantino-galleria d’arte nel vicino Barrio El Raval: serata piacevolissima in cui cerchiamo di raccontarci un po’ dei nostri mondi divisi.


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10 febbraio 2009

Probabilità soggettiva

Cos’è la probabilità? Possibile che faccia parte della matematica, la cosiddetta “scienza perfetta”, questo concetto così fumoso, evanescente, degno più della sfera di cristallo di un indovino?

Bruno De Finetti (1906-1985), noto matematico italiano, disse che la probabilità non esiste. Possiamo mettere subito via la questione, allora. Attenzione! In una domanda d’esame (nel compito di matematica) si è chiesto di commentare questa frase, non possiamo liquidarla con una battuta!  

Allora chiediamoci: che senso ha calcolare la probabilità di un evento e che cos’è un evento?

 

Chiariamo subito che ci si interroga sulla probabilità di un evento che non è ancora accaduto, se un accidenti è già successo, per esempio, se oggi ho perso le chiavi della macchina, non ne posso calcolare la probabilità.

 

Potrei però arrischiarmi a calcolare la probabilità che domani dimentichi a casa gli appunti essenziali per la mia lezione. Ecco, la domanda da farsi è “Qual è la probabilità che io domani mi dimentichi gli appunti?”

 

Secondo il succitato De Finetti la risposta si basa sul mio personale grado di fiducia: poiché sono conscia della mia distrazione, potrei rispondere, che so, che questa probabilità è del 20%, invece qualcuno che ha di me una opinione affatto diversa potrebbe attribuire a questo stesso evento (gli appunti dimenticati) una probabilità minore dell’1%.

 

Bè, allora, se ognuno decide la sua personale probabilità, che senso ha tutto ciò e a cosa serve? (Sempre questa domanda, ogni volta che si studia una cosa inusuale: a cosa serve?)

A qualcosa o a qualcuno questa cosa serve, basti pensare che dietro questo concetto di probabilità soggettiva c’è tutto il mondo delle scommesse e dei giochi d’azzardo.

Non avrebbe molto senso scommettere sui miei appunti, ma se qualcuno volesse proprio organizzare una scommessa su questo dovrebbe proporre di puntare una posta su questo  evento e pagare allo scommettitore, per esempio, 10 volte la posta in caso di vincita.

Se l’incauto scommettitore ritenesse equa questa scommessa (puntare 1 per vincere 10), allora, secondo De Finetti, significherebbe che eqli attribuisce all’evento una probabilità di 1/10, cioè del 10%

 

I bookmaker accettano scommesse su tutto e spesso funzionano meglio dei sondaggi. Sono andata a curiosare su alcune scommesse che ci sono state, in giro per il web, sulle elezioni politiche italiane dell’anno scorso. In un sito ho trovato questo:

 

Puntando sulla vincita di Berlusconi alla Camera si guadagnava 0,6 volte la posta, puntando su Veltroni 3 volte la posta, puntando su Casini 100 volte la posta.

E’ ovvio che, secondo i bookmaker, Berlusconi aveva le maggiori probabilità di vittoria. Ma quanto era stata valutata la probabilità di ciascuno?

 

Puntando 1 euro sulla vincita di Berlusconi, se ne sarebbero vinti 1,6 (con un guadagno di 0,6), quindi la probabilità dell’evento BERLUSCONI VINCE (allora non ancora accaduto) era:

 

p(BERLUSCONI VINCE) = 1 / 1,6 = 62,5%

 

Naturalmente, con una posta di 10 euro, se ne sarebbero vinti 16, con una di 100 euro se ne sarebbero vinti 160 e così via.

 

Più interessante la vincita in caso di vittoria di Veltroni:

Puntando 1 euro sulla vincita di Veltroni, se ne sarebbero vinti 4 (con un guadagno di 3), quindi la probabilità dell’evento VELTRONI VINCE era:

 

p(VELTRONI VINCE) = 1 / 4 = 25%

 

 

Puntando infine 1 euro sulla vincita di Casini, se ne sarebbero vinti 101 (con un guadagno di 100), quindi la probabilità dell’evento Casini VINCE era:

 

p(CASINI VINCE) = 1 / 101 = 1%

 

 

Come per tutte le lezioni, non possono mancare gli esercizi:

 

Esercizio 1 (Obama)

 

Il giorno 1/11/2008 si poteva leggere la seguente notizia nel sito http://www.ilmessaggero.it/articolo_app.php?id=10696&sez=HOME_NELMONDO&npl=&desc_sez=

 

Per la Snai la quota per la vittoria di Obama è 1,15. Decisamente staccato il candidato repubblicano McCain, la cui vittoria è offerta a quota 5,50: per il senatore dell'Arizona i sondaggi lasciano poche speranze, ma non va dimenticato che anche nel 2004 il repubblicano George W. Bush si era presentato alle elezioni come favorito di un soffio rispetto al democratico John Kerry, ottenendo poi una larga vittoria.

 

Quali erano le probabilità di vittoria attribuite il  1 novembre 2008 ad Obama ed a McCain?

 

Esercizio 2 (previsioni per il 2009)

 

La Champions all'Inter? Per i bookmaker esteri vale (…) 7,50 contro 1. Il panorama delle scommesse curiose per il 2009 è ricchissimo, specie sui siti d'Oltremanica, che si occupano anche del calcio italiano. A cominciare dal toto allenatori: Zenga all'Inter nel 2009-10 è quotato a 16,00, Ancelotti alla Roma vale 13, (…)

C'è da dire che se in Italia la scommessa sui fenomeni di costume non ha mai attecchito più di tanto (..), oltremanica la puntata sopra le righe è il pane quotidiano dei "bookies", a volte usato come escamotage per finire sui giornali, altre per accontentare le richieste dei giocatori: l'uscita di un nuovo libro su Harry Potter , il ritorno sulle scene di Michael Jackson (entrambi a quota 34) o le sregolatezze dei personaggi più in vista (Kate Moss di nuovo arrestata vale 11, Britney Spears 19, ma stravince Amy Winehouse a 2,75) godono di un'attenzione particolare da parte dei quotisti di Sua Maestà. E proprio la famiglia reale è da sempre uno dei soggetti più amati dagli operatori britannici: dal colore del cappellino della Regina ad Ascot alla prima parola pronunciata nel discorso di fine anno, fino alle offerte sul trono: attualmente Carlo prossimo Re vale 17 volte la posta, suo figlio William capace di scalzarlo nella linea di successione alza la posta a 50.
(4 gennaio 2009) http://www.repubblica.it/2008/01/sezioni/giochi_e_scommesse/agipronews/curiosita2009/curiosita2009.html

 

Determina le probabilità dei seguenti eventi, sulla base di quanto asserito nell’articolo citato:

 

  1. Probabilità che nel 2009 esca un nuovo libro di Harry Potter
  2. Probabilità che l’Inter vinca la Champions nel 2009
  3. Probabilità che Carlo diventi Re d’Inghilterrra nel 2009:

 




20 luglio 2008

Canyon du Verdon - Provenza parte seconda

Domenica 20 luglio 2008

Il tour de France passa di qui, ma noi lo precediamo. IL Navigatore ci fa abbandonare la strada sicura ben segnata sulla cartina per una scorciatoia secondaria che si inerpica tra i monti. La seguiamo fiduciosi, al mattino si è più ottimisti. La strada è deserta, ripida e stretta, ma in cima ci accoglie il nostro primo emozionante campo viola di lavanda. Non c'è nessuno, scendo dalla macchina a fotografare e raccolgo delle spighe sul ciglio della strada. Questo profumo sarà un'altra costante del viaggio. La strada prosegue tra altri campi: ho gli occhi pieni di viola.


Poi scendiamo fino a Moustiers Sainte Marie che è un paese graziosissimo arrampicato sulle rocce come un presepio, caratterizzato da una stella appesa con una catena tra due speroni rocciosi. Il paese si percorre in macchina in una sola direzione: si entra da una rotonda e si esce da un'altra, tutto il resto è pedonale ed è tutto un pullulare di botteghe di ceramiche (La Faience), spezie, tessuti e lavanda in tutte le salse.


L'hotel Le Relais si incontra subito (eccolo qui sopra!), ma il parcheggio, effettivamente gratuito, come recita la guida, è lontano, sopra il paese. Tra l'altro è domenica e c'è un sacco di gente e di traffico. Lasciamo le valigie al volo nella hall, tanto la camera non è pronta prima di due ore e giriamo in tondo per parcheggiare. Un posto fortuito si trova e questo ci consente un primo giro per il paese. Vabbè i negozietti, ma non c'è un quadratino di erba per Indi che, nonostante i sacchetti anticacca al seguito, si rifiuta di sporcare sull'acciottolato. Ci sarebbe la via Crucis verso la chiesetta in alto, ma non ne possiamo più di vie crucis. Basta, riprendiamo l'auto faticosamente parcheggiata e ci spingiamo avanti verso la strada per Castellane. Ci troviamo sulla rive droite del Canyon du Verdon e da qui abbiamo il primo stupendo scorcio sulla gola (che inizia verso Castellane) e sul Lac de Saint Croix dove il torrente sfocia alla fine della gola.


Proseguiamo fino a La Palud sur Verdon, minuscolo paese su un ampio altipiano dove troviamo l'albergo dei nostri sogni, immerso in una tranquilla e spaziosa oasi verde. Si chiama Le Panoramic, come il druido di Asterix, e qui prenotiamo una camera da martedì a giovedì prossimi. Berna decide per la camera con terrazza e che crepi l'avarizia. Torniamo soddisfatti a Moustiers, riparcheggiamo, prendiamo possesso della camera, rifacciamo il giro delle botteghe, ci procuriamo le mappe del Verdon, progettiamo le passeggiate per domani e alla fine ceniamo a base di pesce al ristorantino Etoile de Mar. A parte il chilometro per la passeggiatina serale di Indi, va tutto bene.

Lunedì 21 luglio 2008

Con un panino composto al buffet della prima colazione nello zainetto, andiamo verso il lago attraversando il ponte di Galetas (quello che si vede in foto) che ci porta sulla rive gauche. Il paese di riferimento è Aiguines: gli abitanti erano un tempo dei tornitori di legno di bosso con cui fabbricavano le bocce, poi un qualche editto vietò loro di tagliare i bossi e gli aiguinesi impararono a scendere giù per il canyon alla ricerca del loro legno. Il territorio di Aiguines è stato in gran parte sommerso dal lago artificiale, insieme al vecchio ponte sostituito poi da quello di Galetas.

Partiamo per la panoramica Corniche Sublime: secondo la guida dovremmo trovare un sentiero verso il Col d'Illoire e da quelle parti effettivamente qualcosa si inerpica tra le roccette. Indicazioni non ce ne sono. Paolo è sospettosissimo, ma, a parte qualche passo esposto (come questo qui sotto), il sentierino scende tra cespugli che nascondono il baratro.


In realtà questo è un posto per amanti del brivido come i parapendisti. Incontriamo un gruppo di gente che si prepara al cosiddetto volo libero, cioè si lanciano urlando appesi con una carrucola ad una fune appesa tra due picchi. Tipo Cliffhanger. Pagano per questo.


Non proseguiamo perché dall'alto piovono sassi da un gruppo di scalatori pulcini organizzati con due o tre volenterosi istruttori che li calano in corda doppia a 2 cm/s. Urlano pure questi.


Torniamo alla macchina e scopriamo una nuova sosta poco più avanti, sul tornante. Il sentiero parte ameno in mezzo al bosco, ma si trasforma presto in un piano inclinato di quelli che popolano gli incubi di Paolo. Inoltre scende vertiginosamente verso valle sotto il sole a picco. Bè, si è fatta quell'ora e possiamo tornare al bosco ameno a mangiare il nostro panino. Stiamo collezionando inizi di sentieri.

Percorriamo in macchina tutta la Corniche Sublime, ricca di belvederi mozzafiato e ci prendiamo un caffè in una grandiosa terrazza panoramica sul canyon, all'Auberge des Cavaliers. Anche qui non possiamo farci mancare un pezzetto di sentiero, da aggiungere alla collezione, forse l'arrivo di quello che avevamo iniziato prima.

In cima alla Corniche ci attende il Tunnel du Fayet e il grandioso Pont de l'Artuby dove crediamo di passare dalla rive gauche alla droite e invece no perchè il ponte è per l'appunto sull'Artuby e non sul Verdon.


Il ponte è famoso per il salto con l'elastico, ma non riusciamo a vedere neanche un temerario. Dopo il ponte ci sono i Balcons de la Mescla cioè la confluenza del Verdon con l'Artuby.


Sulla strada del ritorno ci fermiamo a fare due passi a Aiguines (miele per Mauri e santon per Ines) e ci rilassiamo sulle rive del lago fino all'ora di cena. Indi ed io siamo felici di bagnarci i piedi.


La cena è un problema perchè a Moustiers quasi tutti i ristoranti e creperie chiudono di lunedì e ci tocca andare a quello più caro e anche in fretta se vogliamo trovare posto. Io scelgo una trota in bianco e Paolo una cosa orrenda che non avrebbe mangiato neanche Obelix: i pieds et paquets, cioè zampetti di montone arrotolati nella trippa. Persino la cameriera chiede più volte a Paolo se è sicuro di volere proprio quel piatto.

Intanto un uccellino cade dal nido e mamma uccella si preoccupa di imboccarlo. Tutti gli avventori partecipano al dramma e l'uccellino viene subito trasferito in un luogo più sicuro da dove peraltro zampetta allegramente fuori. Non siamo informati sul numero di gatti di Moustiers e non sapremo mai se l'uccellino se la sia cavata o meno. Altro chilometro per passeggiatina di Indi e a nanna. Domani ci attende Le Panoramic.

Martedì 22 luglio 2008

Change d'auberge. Lasciamo lo scomodo Relais per l'agognato Panoramic sulla Palud. Rotonda d'uscita da Moustiers in direzione Castellane e la strada della rive droite. Prima fermata per percorrere un sentierino nel bosco di 150 m che porta al belvere di Mayreste, il primo della giornata. Al Panoramic ci accolgono con grande gentilezza (la chiave che apre tutto e la piscina a disposizione). Scarichiamo il bagaglio e facciamo subito una passeggiatina nei prati con Indi.


Il programma per la giornata è seguire il sentiero che porta al ponte di Tusset che, a dire della guida, parte dal camping (con l'accento su ing) Cauvin. Prima però incontriamo il celebre Point Sublime, peccato che sia incredibilmente affollato e con nessuna possibilità di parcheggio. Si può solo prendere una bottiglia d'acqua e chiedere informazioni: fra un km, dopo il tornante, c'est facile! Invece al tornante c'è un bivio, da una parte un tunnel, dall'altra si scende. Scendiamo. Del camping (con l'accento su ing) nessuna traccia, ma ci troviamo nel meraviglioso Corridoio di Sansone (Couloir Samson), la porta delle gole con una scaletta che porta giù fino al Verdon. Lo faremo, ora dobbiamo cercare il famoso camping (con l'accento su ing): dovrebbe essere poco più su, ma non è segnalato e naturalmente lo saltiamo. Imbocchiamo il tunnel e continuiamo a scendere tra pareti rocciose finchè un ponte si trova. Non è il Tusset, cui si doveva arrivare a piedi, scendendo per 300 m, ma il ponte di Carajuan con gradevole spiaggetta dove Indi si bagna per la prima volta nella verde e veloce corrente del Verdon. Attraversiamo il ponte guardando i canotti di rafting che affrontano allegramente la corrente.


Al di là c'è un posto ameno, ma siamo attirati da un sentiero che porta verso Trigance (lontana) e verso un altro ponte che sembra abbordabile. Andiamo. Fa molto caldo e la strada è quasi tutta al sole, di piacevole c'è il vento e i cespugli di lavanda selvatica che profumano l'aria. Paolo viene punto a sangue da un arbustello spinoso, Indi cammina con mezzo metro di lingua fuori. Il sentiero si allontana dal Verdon e il ponte sembra una nuova bufala. Alla fine torniamo indietro, in fondo soddisfatti di aver camminato più di un'ora anche oggi. Indi fa strada, felice di tornare al posto ameno: vede il Verdon dall'alto e vorrebbe buttarsi a volo libero, poi, arrivati a destinazione, ci guarda con aria speranzosa. Noi naturalmente siamo felici di spaparanzarci all'ombra.

Io e Indi andiamo a bagnarci nonostante la corrente impetuosa. Siamo molto prudenti, eppure dopo un pò vediamo due teste che vengono allegramente trascinate a valle, incuranti del pericolo: le seguo preoccupata, ma mi accorgo che più giù c'è una secca dove i proprietari delle teste possono fermarsi, guadagnare l'altra riva, girare l'ansa del fiume e ricominciare la giostra. A parte l'acqua gelida, sembra anche divertente.

Mi sposto in un'ansa tranquilla con l'acqua bassa dove Indi impazzisce di gioia, corre e schizza tutti. Si fa l'ora di tornare. Il Point Sublime è sempre affollato, ma un buco lo troviamo. Camminando per una decina di minuti si arriva ad una balconata che domina il Corridoio Samson.


Ora però sono stanca e accaldata e pregusto un bagno in piscina, invece Paolo vuole fare la Route des Crêtes che inizia e finisce alla Palud. Vabbè, si va, ma tocca scendere ad ogni belvedere. Il primo è quello di Trescaire poi quello delle falesie da leggenda. L'Escalès è il paradiso dell'arrampicatore, probabilmente Lorenzo è sceso da quassù e solo al pensiero ho un brivido freddo.


Dal baratro senza fine compare una testa, poi un'altra dal nulla, forse hanno volato: qui le falesie si prendono dall'alto, prima ci si cala e poi si sale, naturalmente togliendo la corda e riposizionandola da primi, sennò che gusto c'è?


Intanto due ragazze si preparano a scendere con un chilo di moschettoni attaccati alla cintura. Sul terzo belvedere (il Dente d'Aïre) vediamo pure gli avvoltoi che volteggiano.


Ora però siamo veramente stanchi tutti e rimandiamo la fine del giro a domani. Alla base ci attende un refrigerante e rilassante bagno in piscina che mi fa sentire al colmo della beatitudine, in pace con il mondo.


Cena alla Palud con una fantastica crepe. Buonanotte.

Mercoledì 23 luglio 2008

Oggi giornata di mercato a Castellane: si va al mattino con il fresco e senza traffico, persino il Point Sublime ha il parcheggio libero. Castellane è la porta della gola custodita da una rocca quadrata calcarea con una chiesetta in cima. Questo è il punto da cui in effetti bisognerebbe iniziare a seguire il corso e la gola del Verdon, non dalla fine come abbiamo fatto noi. Al mercato compriamo tapenade verde e nera e anchoiade.


Nei vicoli accanto acquisto un metro e mezzo di tovaglia color lavanda e una megaborsa azzurro-provenza che potrà contenere asciugamani, ombrellone e sedie a sdraio. Ci tentano anche le scarpette da rafting, ottime anche per i sassi di Sassonia, ma lasciamo perdere. In una boulangerie ci riforniamo di due cosiddette ciabatte gustosissime e andiamo a mangiarle nel parco cittadino sotto il ponte dove il Verdon scorre calmo e tranquillo.


E' bello stare a Castellane con il Verdon a portata di mano: prendo nota de Le Petit Auberge in piazza e dell'accogliente Hotel du Commerce. Un caffè al centro, un cambio al bancomat e siamo di nuovo nella gola sulla via del ritorno dove notiamo la roccia sedimentaria a forma di onda in tempesta. Dobbiamo completare la Route des Crêtes lasciata a metà ieri. Saltando i belvedere già visti, scendiamo per ammirare il Passo della Baou, il belvedere Tilleul, quello di Guègue, dell'Imbut fino allo Chalet di La Maline che dovrebbe essere un rifugio del CAF e invece è un vero e proprio albergo. L'ultima parte della strada è a senso unico, è fondamentale percorrerla in senso orario, anche se non c'è nessuna chiara indicazione al riguardo.

Solito bagno in piscina in albergo, relax ed è ora di cena. Quasi ora di cena perchè la brasserie prescelta non apre le cucine prima di un'ora. Non c'è molto da girare per La Palud, ma ci guadagno un bellissimo anello azzurro in gres preso nell'unico Artigianat del paese. Alla fine ceniamo da un'altra parte (Ristorante La Provenza). Stasera in TV c'è il dottor House in francese.

Giovedì 24 luglio 2008

E' l'ultimo giorno al Verdon: prima colazione alle 7,30 e si va con il fresco al Corridoio di Sansone, sotto il Point Sublime. Scendiamo e Indi, fiduciosa in noi oltre ogni limite, riesce a passare sul ponte metallico, inviso ai cani d'ogni razza.


Schiere di ragazzi con muta e giubbotto salvagente e altri con corde da arrampicata scendono con noi. Quelli con la muta prendono la direttissima verso il torrente per fare l'Aqua-Rando (Come recita il depliant. Flotter pour découvrir le canyon du Verdon: de la nage, des sauts et beaucoup d'éclats de rire). Difatti li sentiamo urlare: gioia? emozione? terrore?


Quelli con la corda si imbracano ai piedi di una scalinata in ferro che porta ad una galleria lunga e buia. Ci voleva la torcia, senza non è il caso di proseguire, comunque siamo in una bella e fresca posizione che ci permette di seguire le imprese eroiche dei vari gruppi. Gli arrampicatori scendono verso il Verdon e lo attraversano arrampicandosi come scimmie su una corda aerea che unisce le due rive, mentre sotto passano urlando gli aqua-randomisti. Finito lo spettacolino possiamo risalire, sotto un sole che ora picchia implacabile, facendoci sudare come fontane.

Così, anche se è presto, andiamo al nostro caro ponte di Carajuan che Indi riconosce al volo, precipitandosi verso l'acqua. Le butto un bastone in una zona che ricordavo tranquilla, ma le correnti sono cambiate e Indi si ritrova nell'acqua alta. Per fortuna non c'è il mulinello dell'altro giorno e il cane è salvo. Vabbè, prendiamo un bel pò di sole con i piedi a bagno e poi ci dividiamo in tre una baguette con il prosciutto cotto, godendoci l'ozio.

Non abbiamo altre idee, se non una deviazione sopra il Point Sublime per vedere Rougon, anche se non ne possiamo più di panorami. Poi piscina e cena all'Auberge des Crêtes, alberghetto vecchiotto e accogliente: gamberoni al wisky e un'ottima bistecca, finalmente senza aglio per 30 euro.

Venerdì 25 luglio 2008

Addio Verdon, comincia il viaggio di ritorno carichi di lavande, erbe provenzali, miele, saponette, borse di paglia nella nostra ormai profumatissima auto. L'obiettivo è Barcellonette, l'itinerario è casual, anche il Navigatore dà indicazioni contrastanti. Volevamo passare per Digne, ma ci troviamo a passare per i laghi, seguendo al contrario il corso del Verdon.

Va bene così, il paesaggio è bellissimo e l'ambiente Provenza lascia spazio all'ambiente alpino. Colmars è una cittadina degna di nota, con fortificazioni dell'ormai mitico Vauban. Se non fossimo in viaggio di trasferimento mi fermerei qui. Dopo invece prevale la brutta coreografia delle stazioni di sci: grosse costruzioni e falso rustico. L'ultima suspence ce la riserva la salita al vertiginoso Col d'Allos (2200 m) dove ci sbarra la strada un enigmatico cartello: Route fermée per tutta la stagione (questa), ogni venerdì dalle 8 alle 11 .. e oggi è venerdì. Dopo un attimo di panico realizziamo che sono le 11,15. Andare o no? Altre auto arrivano e si fermano dubbiose, in ognuna c'è gente che si consulta. Quando la prima auto rompe gli indugi e va, la seguiamo tutti. La salita è davvero impegnativa, spesso senza parapetto. Incontriamo anche un trasporto eccezionale che per fortuna ci fa passare. Non so proprio come abbia affrontato gli stretti ed esposti tornanti, probabilmente è ancora là. Alla fine si arriva in cima, dove un ciclista bacia il cartello del passo. Questi luoghi aspri sono molto frequentati dai ciclisti ed esiste anche un premio della montagna per chi fa tutti i passi della zona.


Scendiamo verso Barcellonette e troviamo l'alberghetto Bel Air qualche chilometro dopo, a Jausier dove parte la strada per il Col del la Bonette che pare sia il passo più alto d'Europa. Prendiamo nota di tutti i più .. d'Europa che esistono in Francia. La camera, tutta in legno, è molto piccola, ma c'è una poltrona per Le Toutou, come viene chiamata Indi dall'albergatrice. Le toutou, scambiata spesso per un petit Labradòr, è soddisfatta. Cena a Barcellonette, movimentata da un acquazzone scrosciante (il primo della vacanza) e poi a nanna che domani torniamo in Italia.

Sabato 26 luglio 2008

Non c'è storia, lungo e noioso viaggio Col della Maddalena, Cuneo, Torino, Milano, Trento, Ora con aggravio del traffico sul Brennero. Saluto via sms ai Lolli che lasciano Bellamonte. Accoglienza calorosa di Dodo e Vera e gradevole dopocena con Mauri e Adelaide con la partecipazione straordinaria di Francesco.




17 luglio 2008

Haute Alpes - Provenza parte prima

Gallia divisa est in partes 11 e l'undicesima parte, quella in basso a destra, è la Provenza. Andremo là e precisamente visiteremo le Haute Alpes e le Alpes de Haute Provence.

Giovedì 17 luglio 2008

Si parte da Bellamonte, via Milano, Torino, Colle del Monginevro. Tutta autostrada, anche se la signorina del Navigatore, sempre attenta al risparmio di chilometri, ci fa uscire ad Affi e rientrare a Peschiera del Garda. Come quasi sempre, ha ragione lei. Inseriamo la scheda della Francia poco prima del confine e la gentile signorina, ignorando il trattato di libera circolazione in Europa, si ammutolisce. Rimane solo la sua freccetta nel nulla che punta disperata verso il confine, raggiunto il quale riprende vita. Poi si scende rapidamente verso Briançon dove troviamo facilmente il nostro Auberge de l'Impossible, appena fuori dal centro.


Grazioso, la nostra stanza ha un bel terrazzino fiorito subito sopra l'entrata. L'accoglienza è gradevole anche per Indi. Riposiamo e andiamo a cenare in una brasserie del centro. Ma la parte più interessante è la cittadella fortificata dell'architetto Vauban per il quale Briançon chiede di essere ammessa nel novero dei luoghi patrimonio dell'Umanità. La visiteremo meglio domani.


Venerdì 18 luglio 2008

Si va ad Ailefroide, nel Parc national des Ecrins (la nota di Lorenzo dice boschi, massi di granito, escursioni), seguendo una scorciatoia molto panoramica suggerita dal Navigatore. Ad Ailefroide c'è tutto, persino il coltellino multiuso che ci manca; potevamo fare a meno di portare anche la baguette con il prosciutto! Invece le Info turistiche non danno grandi info: ci consigliano il Pré de Madame Carle, ma la strada è carrozzabile e non viene voglia di farla a piedi. Decidiamo quasi a caso di salire un poco per la Tête du Draye (devo ancora sapere cosa significa, anche se la ribattezziamo Testa del Drago). Si inizia nel bosco tra i massi di granito amati dai blokers e poi si sale decisamente su un sentiero roccioso, fino ad ammirare Ailefroide, il torrente e i blokers dall'alto.


Dopo scendiamo e raggiungiamo in macchina il Pré de Madame Carle, uno stupendo altopiano a 1874 m con nevaio a portata di mano e aria frizzante al punto giusto. Ci circondano alte vette sconosciute di cui cerco i nomi sulla mappa: Pic de Pavéous (3384 m), Pic de Dormillouse (3339 m) a est, Mont Pelvoux con punte fino a 3800 m a ovest.


Nel pomeriggio si ritorna all'Impossible per prepararci all'uscita serale, puntando direttamente alla Cittadella fortificata. Non posso fare a meno di cominciare lo shopping provenzale con sacchetti di lavanda e erbe provenzali, una borsa di paglia (regalo per Donatella?) e una irresistibile Marmotte Siffleuse che ci terrà compagnia per tutta la vacanza. Istruisco Berna sul fatto che la marmotta è siffleuse come le train qui siffle dans la nuit. Fotografie alle fortificazioni e cena con fondue savoiarde al ristorante dei Templari in Place du Temple.


Sabato 19 luglio 2008

Partiamo alla volta di Gap accompagnati dal fischio della Marmotte Siffleuse che viene presto incappucciata e messa a dormire. Gap è una città grande, molto meglio trovare un albergo fuori. L'Hotel Marroniers, sulla strada del Verdon, sembra fare al caso nostro ma ... apre alle 15 e sono solo le 11! Due ragazze ci assicurano che le stanze ci sono e che non c'è problema per i cani. Che fare? Proseguiamo un pò, caso mai torniamo qui. Sulla strada Gap-Sisteron in effetti alberghi, hotel e chambres d'hôte non mancano, ma la risposta è sempre la stessa: Desolée, siamo completi. Sarà perché è sabato o perché domani passa di qui il tour de France? Al quarto o quinto tentativo comincio ad essere nervosa e vittima dell'ansia da mancanza di punti fermi. Non sappiamo se proseguire o tornare indietro, fa caldo e mi viene mal di pancia, insieme al dubbio che non ci siano stanze nemmeno lì ai Marroniers. Intanto telefoniamo a Moustiers Sainte Marie sul Verdon e prenotiamo una camera al buio, all'hotel Le Relais per i prossimi due giorni.

E invece alle 15 ci danno la camera ai Marroni, un pò spartana, con il bagno diviso in due, ma finalmente un tetto sopra la testa. Questo ci consente di affrontare con animo leggero l'uscita serale nel centro storico, con passeggiata nel Parc de la Pépinière e polpo alla provenzale nella piazzetta (Place Jean Marcellin) raccomandata da Lorenzo.


Dulcis in fundo, la signorina del Navigatore sbaglia la strada del ritorno e ci porta su una ferrovia abbandonata, ma oggi è andata così. Domani Verdon!




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25 maggio 2008

Madonna dell'Acquanera

Oggi Lorenzo ha 30 anni e un giorno, lontano da qui e noi andiamo in escursione all’eremo della Madonna dell’Acquanera.
Gita misteriosissima che fa parte di una serie di iniziative denominata Primavera dei poeti: il programma parla di “spirito e poesia” e questo mi allarma un pochino, ma Lorena ne è entusiasta e ha coinvolto anche altre persone. Ci troviamo così all’appuntamento io e Paolo, Lorena, Cristina amica di Lorena e Francesco Fioretti. Con Indi siamo un gruppo discreto.

Arriviamo a Frontone al luogo di ritrovo con largo anticipo, ci prendiamo un caffè e intanto sbirciamo i convenuti, riconoscibili dagli zainetti: sembrano normali, ma per il momento non c’è traccia degli organizzatori.
Quando Lorena e Fioretti, accomunati dal fatto di avere coniugi alemanni, cominciano a bofonchiare sui laschi italici orari, arriva la nostra guida che di alemanno non ha proprio nulla.
E’ un simpatico dall’aria un po’ fricchettona, si presenta come Pictor ed io naturalmente capisco Victor. Mi ravvedo dell’errore e immagino che sia un pittore (nella loro organizzazione ci sono anche i pittori). Invece no, rientra nella categoria dei poeti o quasi poeti ed il suo nome viene dalle metamorfosi di Pictor, Favola d'amore di Herman Hesse.
Il buon Pictor comunque ci mette tutta la sua buona volontà per mandare a memoria i nomi di tutti (mi  avvedo che siamo molti neofiti).

La partenza vera non è lì ma a Cà d’Eusepio, frazione di Buonconsiglio, frazione di Frontone. Seguiamo tutti la macchina gialla di Pictor fino ad una zona dove si può parcheggiare. Con grande soddisfazione di Indi, più impaziente degli alemanno-coniugati, finalmente si cammina.

Dopo un breve avvio in strada asfaltata, si attraversa su ponticello di sassi il torrente che non mi ricordo come si chiama, caratterizzato da una rosa canina che assale chiunque metta piede sulla sponda opposta. Qui Pictor fa la presentazione della gita con notizie storico-geografiche sul luogo e lettura di una prima poesia molto ottimista (il titolo è qualcosa come Domani è sempre primavera).


Subito dopo comincia la salita con annessa via Crucis (ma com’è che ci capitano sempre le vie Crucis?). Non me l’aspettavo, ma è faticosissima, sennò che via Crucis è? Per fortuna ci sono le pause culturali che servono a riprendere fiato. Così apprendiamo che la via è in un bosco orno-ostrieto, dai nomi del carpino nero (in foto) ostrya carpinifolia e dell’orniello.

Dopo essermi fermata più e più volte per guardare ginestre, ciclamini, orchidee selvatiche, pianticelle dall’aria innocua ma un po’ infide (olivella?) con il gentile Pictor sempre a disposizione per le spiegazioni, si arriva finalmente all’eremo: uno spiazzo aperto, con una chiesetta in pietra e .. delle macchine parcheggiate! Ebbene si, c’era la strada carrozzabile! Annoto mentalmente che ci si può portare la nonna.


L'eremo ha un'aggiunta-rifugio: c’è un camino, un tavolo e la possibilità di dormire col sacco a pelo. Tutto molto gradevole. Prima di mangiare però siamo invitati ad ascoltare, all’interno della chiesetta, le poesie (Squarci) del poeta Vipal con contrappunto musicale del cantore gregoriano Luca Ortelli.


Nonostante la mia istintiva diffidenza, devo dire che tutto è molto suggestivo, anche perché l’atmosfera è sdrammatizzata dai due bambini che corrono avanti e indietro e da Indi sulla soglia della chiesa, con l’aria tipica del cane esiliato.


Segue pranzo al sacco con Indi che riesce a farsi dare da mangiare da tutti. Naturalmente mi informo anche sul nome improbabile del poeta Vipal che proviene (come non averci pensato?)  da un guru indiano. Guru lo penso, ma non lo dico.
Non lo dico perché questo posto è splendido e questi ragazzi mi suscitano simpatia, anche se in una parte non molto nascosta del mio cervello si materializza, mio malgrado, un flash di  Verdone che fa il figlio dei fiori.
Comunque questo gruppo si chiama L’Appartenenza, dal nome di una canzone di Gaber e già la scelta del mio cantante preferito mi pare cosa buona.


C’è il tempo di fare un’altra salitina nel bosco verso il passo degli Schioppini. Io e Lorena decidiamo di si, ma ci fermiamo a chiacchierare su un sasso panoramico da dove non andrei più via.


Basta, si ritorna per la strada carrozzabile verso le macchine, sotto la protezione del castello di Frontone, imponente sullo sfondo. E’ lunga rispetto all’andata, ecco perché la salita tirava tanto! Tra le tante iniziative del gruppo, oltre a quelle per me non praticabili come una notte in bianco dal tramonto all’alba per ascoltare le Arpe Eolie (!), c’è l’escursione al Gibbo di Dante, sempre sul Catria, da 1400 a 1700 m. Vedremo.






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